Non si è mai visto, nei tempi passati, un sovrano così assoluto e potente da amministrare da solo, e senza l’aiuto di poteri secondari, tutte le diverse parti di un grande impero; nessuno ha mai tentato di assoggettare indistintamente tutti i sudditi alla lettera di una regola uniforme, né si è posto al fianco di ciascuno per dominarlo e guidarlo. L’idea di una simile impresa non si era mai presentata allo spirito umano, e, soprattutto gli ostacoli naturali suscitati dalla disuguaglianza delle condizioni, l’avrebbero ben presto fermato nella esecuzione di un programma così vasto.
Si può notare che, al tempo della maggior potenza dei Cesari, i diversi popoli, che abitavano il mondo romano, avevano continuato a mantenere costumi e usanze diversi: per quanto sottomesse allo stesso monarca, la maggior parte delle province erano amministrate a parte; erano piene di municipalità potenti ed attive, e, benché tutto il governo dell’Impero fosse concentrato nelle sole mani dell’imperatore che restava sempre, in caso di bisogno, l’arbitro di ogni cosa, la vita sociale spicciola e l’esistenza individuale sfuggivano normalmente al suo controllo.
Gli imperatori possedevano, è vero, un potere immenso e senza contrappesi, il quale permetteva loro di abbandonarsi liberamente alla stravaganza delle loro voglie e di impiegare l’intera forza dello Stato per soddisfarle; è spesso accaduto che essi abusassero di questo potere, per togliere arbitrariamente a un cittadino i beni o la vita: la loro tirannia pesava fortemente su qualcuno, ma non si estendeva mai su un gran numero di persone; si attaccava a qualche grande oggetto e trascurava il resto; era violenta e limitata.
Se il dispotismo si affermasse nelle nazioni democratiche di oggi, c’è da presumere che avrebbe altre caratteristiche: sarebbe più esteso e mite e avvilirebbe gli uomini senza tormentarli.
Sono certo che, in secoli di lumi e d’uguaglianza quali sono i nostri, i sovrani potrebbero giungere più facilmente a riunire tutti i poteri pubblici nelle loro sole mani e a penetrare più abitualmente e più profondamente nella cerchia degli interessi privati di quanto non abbia potuto mai fare nessun sovrano dell’antichità.
Ma questa stessa uguaglianza che facilita il dispotismo, lo mitiga; abbiamo visto come, man mano che gli uomini diventano più simili e più uguali, i costumi si facciano più umani e più miti; quando nessun cittadino ha grandi poteri o grandi ricchezze, alla tirannide manca per così dire, l’occasione e l’ambiente per esibirsi.
Poiché tutte le fortune sono modeste, le passioni sono naturalmente contenute, l’immaginazione limitata, i piaceri semplici. Questa moderazione generale modera anche lo stesso sovrano e trattiene entro certi limiti lo slancio disordinato dei suoi desideri.
Indipendentemente da queste ragioni, attinte dalla natura stessa dell’assetto sociale, potrei aggiungerne molte altre, prese fuori dal mio argomento specifico; ma voglio tenermi nei limiti che mi sono imposti.
I governi democratici potranno diventare violenti e crudeli in certi momenti di grande fermento e di grande pericolo; ma queste crisi saranno rare e passeggere.
Quando penso alle modeste passioni degli uomini di adesso, alla mitezza dei loro costumi, alla loro apertura mentale, alla purezza della loro religione, all’umanità della loro morale, alle loro abitudini laboriose e sistematiche, al ritegno che dimostrano quasi tutti nel vizio come nella virtù, non ho tanta paura che incontrino nei loro capi dei tiranni quanto dei tutori.
Penso dunque che la specie di oppressione che minaccia i popoli democratici non assomiglierà a nessuna di quelle che l’hanno preceduta nel mondo; i nostri contemporanei non possono trovarne nessun antecedente nei loro ricordi. Cerco inutilmente io stesso un’espressione che renda esattamente l’idea che me ne faccio e la contenga; le vecchie parole come dispotismo e tirannide non sono più adeguate. La cosa è nuova, bisogna dunque cercare di definirla, visto che non posso darle un nome.
Immaginiamo sotto quali nuovi aspetti il dispotismo potrebbe prodursi nel mondo: vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali che non fanno che ruotare su sé stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo. Ciascuno di questi uomini vive per conto suo ed è come estraneo al destino di tutti gli altri: i figli e gli amici costituiscono per lui la razza umana; quanto al resto dei concittadini, egli vive al loro fianco ma non li vede; li tocca e non li sente; non esiste che in sé stesso e per sé stesso, e se ancora possiede una famigli, si può dire che per lo meno non ha più patria.
Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica da solo di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia; è contento che i cittadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente ed il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, spartisce le loro eredità; perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?
E’ così che giorno per giorno esso rende sempre meno utile e sempre più raro l’impiego del libero arbitrio, restringe in uno spazio sempre più angusto l’azione della volontà e toglie poco alla volta a ogni cittadino addirittura la responsabilità di sé stesso. L’uguaglianza ha preparato gli uomini a tutto questo: li ha disposti a sopportarlo e spesso anche a considerarlo come un vantaggio.
Dopo aver, dunque, afferrato nelle sue potenti mani ogni singolo individuo e averlo plasmato a sua volontà, il sovrano stende le braccia su tutta quanta la società; ne ricopre la superficie di una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso cui gli spiriti più originali e gli animi più energici non possono mai farsi strada per superare la folla; non spezza la volontà, la fiacca, la piega e la domina; raramente obbliga all’azione, ma si oppone continuamente al fatto che si agisca; non distrugge; impedisce di nascere; non tiranneggia, ostacola, comprime, spegne, inebetisce e riduce infine ogni nazione a non essere più un gregge timido e industrioso, di cui il governo è il pastore.
Ho sempre creduto che questa specie di servitù ben ordinata, facile e tranquilla, di cui ho fatto adesso il quadro, potrebbe combinarsi più di quanto non si immagini in qualche forma esteriore di libertà, e che non sarebbe impossibile stabilirsi all’ombra stessa della sovranità popolare.
I nostri contemporanei sono continuamente travagliati da due passioni contrastanti: provano il bisogno di essere guidati e la voglia di restare liberi. Non potendo liberarsi né dell’uno né dell’altro di questi istinti contrari, cercano di soddisfarli entrambi contemporaneamente. Immaginiamo un potere unico, tutelare, onnipotente, ma eletto dai cittadini; combinano centralizzazione e sovranità popolare. Questo dà loro un po’ di sollievo. Si consolano del fatto di essere sotto tutela, pensando che essi stessi hanno scelto i loro tutori. Ciascuno sopporta di essere tenuto al laccio, perché vede che non è un uomo o una classe a tenerne in mano il capo, ma il popolo stesso.
In un sistema del genere i cittadini escono per un momento dalla dipendenza, per designare il loro padrone, e poi vi rientrano.
Esiste ai nostri giorni molta gente che si adatta facilmente a questa specie di compromesso tra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare, e che pensa di avere sufficientemente garantita la libertà individuale quando l’affida al potere nazionale. Questo non mi basta. La natura del padrone m’importa molto meno del fatto di obbedire.
Non negherò, tuttavia, che una costituzione del genere non sia infinitamente preferibile a una che, dopo avere accentrati tutti i poteri, li rimettesse nelle mani di un uomo o di un corpo irresistibile. Di tutte le diverse forme che il dispotismo democratico potrebbe assumere, questa sarebbe indubbiamente la peggiore.
A. de Tocqueville, la democrazia in America, ppg. 810-813, ed. Classici UTET a cura di Nicola Matteucci.