gennaio 12, 2012

Essere italiani

Mi telefona un tale per dirmi che sta facendo una piccola inchiesta e vorrebbe che gli rispondessi a questa domanda: di che nazionalità vorrei essere se non fossi italiano. Viviamo nel secolo delle domande. Chiudo gli occhi, poi aspiro profondamente e rispondo:

-Prima di tutto bisognerebbe provare che sono italiano. Vediamo di riuscirci, con una dimostrazione per assurdo, ma ne dispero. Dunque: non sono fascista, non sono comunista, non sono democristiano: ecco che mi restano forse venti probabilità su cento di essere italiano. Non scrivo e non parlo il mio dialetto, non adoro la città dove sono nato, preferisco l’incerto al certo, sono per natura dimissionario, detesto il paternalismo, le dittature e gli oratori. Il gioco del calcio non mi entusiasma, lo sopporterei se sul campo i giocatori fossero ventimila e il pubblico ventidue persone, non ascolto la radio e non guardo la televisione: ignoro perciò gli eroi di queste attività di cui tutti sanno dirvi morte e miracoli.

Pago le contravvenzioni, non ho amici negli uffici importanti e mi sarebbe penoso partecipare ad un concorso. Non so cantare e non mi piace sentir cantare gli altri, se non a teatro. Non scrivo versi. Sono italiano? Ho conservato sempre gli stessi amici, mi piace viaggiare per l’Italia e quasi ogni luogo mi incanta e vorrei restarci. Sotto quest’aspetto potrei essere un inglese. I grandi problemi mondiali mi lasciano perplesso e non ho per ognuno di essi un giudizio preciso e definitivo: sono forse indiano? Così pure mi stimo abbastanza prudente nel giudicare il prossimo e trovo che la maggior parte delle persone che conosco sono ottime e gli auguro ogni bene. Esquimese? Leggo libri di autori italiani, classici e moderni, e ammiro i nostri artisti e qui potrei dirmi americano. Adoro il sole, il mare caldo, l’Etruria e la Campania e in questo potrei riconoscermi tedesco. Se visito un museo non parlo ad alta voce e se vado in una biblioteca non tento di portarmi via un libro o le sue illustrazioni. Sono forse svedese? Non mi interessano i processi, la cronaca nera, la vita mondana. Eremita? Non scrivo il mio nome sulle rovine o sui muri dei monumenti. Analfabeta?

Pago i miei debiti, anzi evito di farne, non ammiro le grandi qualità dei popoli che non conosco, la morte nono mi spaventa, sto volentieri in piedi la notte e una compagnia che superi le quattro o cinque persone mi annoia francamente. Spagnolo? In treno non racconto episodi della mia vita, né do giudizi sull’Italia meridionale, gli uomini mi interessano per il loro carattere, nelle donne ammiro molto anche l’intelligenza, che non mi suscita sentimenti di invidia o disprezzo. Tuttavia che io sia italiano potrebbe essere innegabile: infatti mi piace dormire, evitare le noie, lavorare poco, scherzare e ho un pessimo carattere, perlomeno nei miei riguardi. Bene, se non fossi italiano, a questo punto, non saprei che farci. Probabilmente, non sarei niente e questo dimostra, in fondo, che sono proprio italiano. Allora? La sua domanda è senza risposta. Si consoli pensando che per molti l’italiana non è una nazionalità, ma una professione-.

tratto da Ennio Flaiano, La Solitudine del Satiro.

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gennaio 11, 2012

Il dispotismo dell’età democratica

Non si è mai visto, nei tempi passati, un sovrano così assoluto e potente da amministrare da solo, e senza l’aiuto di poteri secondari, tutte le diverse parti di un grande impero; nessuno ha mai tentato di assoggettare indistintamente tutti i sudditi alla lettera di una regola uniforme, né si è posto al fianco di ciascuno per dominarlo e guidarlo. L’idea di una simile impresa non si era mai presentata allo spirito umano, e, soprattutto gli ostacoli naturali suscitati dalla disuguaglianza delle condizioni, l’avrebbero ben presto fermato nella esecuzione di un programma così vasto.
Si può notare che, al tempo della maggior potenza dei Cesari, i diversi popoli, che abitavano il mondo romano, avevano continuato a mantenere costumi e usanze diversi: per quanto sottomesse allo stesso monarca, la maggior parte delle province erano amministrate a parte; erano piene di municipalità potenti ed attive, e, benché tutto il governo dell’Impero fosse concentrato nelle sole mani dell’imperatore che restava sempre, in caso di bisogno, l’arbitro di ogni cosa, la vita sociale spicciola e l’esistenza individuale sfuggivano normalmente al suo controllo.
Gli imperatori possedevano, è vero, un potere immenso e senza contrappesi, il quale permetteva loro di abbandonarsi liberamente alla stravaganza delle loro voglie e di impiegare l’intera forza dello Stato per soddisfarle; è spesso accaduto che essi abusassero di questo potere, per togliere arbitrariamente a un cittadino i beni o la vita: la loro tirannia pesava fortemente su qualcuno, ma non si estendeva mai su un gran numero di persone; si attaccava a qualche grande oggetto e trascurava il resto; era violenta e limitata.
Se il dispotismo si affermasse nelle nazioni democratiche di oggi, c’è da presumere che avrebbe altre caratteristiche: sarebbe più esteso e mite e avvilirebbe gli uomini senza tormentarli.
Sono certo che, in secoli di lumi e d’uguaglianza quali sono i nostri, i sovrani potrebbero giungere più facilmente a riunire tutti i poteri pubblici nelle loro sole mani e a penetrare più abitualmente e più profondamente nella cerchia degli interessi privati di quanto non abbia potuto mai fare nessun sovrano dell’antichità.
Ma questa stessa uguaglianza che facilita il dispotismo, lo mitiga; abbiamo visto come, man mano che gli uomini diventano più simili e più uguali, i costumi si facciano più umani e più miti; quando nessun cittadino ha grandi poteri o grandi ricchezze, alla tirannide manca per così dire, l’occasione e l’ambiente per esibirsi.
Poiché tutte le fortune sono modeste, le passioni sono naturalmente contenute, l’immaginazione limitata, i piaceri semplici. Questa moderazione generale modera anche lo stesso sovrano e trattiene entro certi limiti lo slancio disordinato dei suoi desideri.
Indipendentemente da queste ragioni, attinte dalla natura stessa dell’assetto sociale, potrei aggiungerne molte altre, prese fuori dal mio argomento specifico; ma voglio tenermi nei limiti che mi sono imposti.
I governi democratici potranno diventare violenti e crudeli in certi momenti di grande fermento e di grande pericolo; ma queste crisi saranno rare e passeggere.
Quando penso alle modeste passioni degli uomini di adesso, alla mitezza dei loro costumi, alla loro apertura mentale, alla purezza della loro religione, all’umanità della loro morale, alle loro abitudini laboriose e sistematiche, al ritegno che dimostrano quasi tutti nel vizio come nella virtù, non ho tanta paura che incontrino nei loro capi dei tiranni quanto dei tutori.
Penso dunque che la specie di oppressione che minaccia i popoli democratici non assomiglierà a nessuna di quelle che l’hanno preceduta nel mondo; i nostri contemporanei non possono trovarne nessun antecedente nei loro ricordi. Cerco inutilmente io stesso un’espressione che renda esattamente l’idea che me ne faccio e la contenga; le vecchie parole come dispotismo e tirannide non sono più adeguate. La cosa è nuova, bisogna dunque cercare di definirla, visto che non posso darle un nome.
Immaginiamo sotto quali nuovi aspetti il dispotismo potrebbe prodursi nel mondo: vedo una folla innumerevole di uomini simili ed eguali che non fanno che ruotare su sé stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo. Ciascuno di questi uomini vive per conto suo ed è come estraneo al destino di tutti gli altri: i figli e gli amici costituiscono per lui la razza umana; quanto al resto dei concittadini, egli vive al loro fianco ma non li vede; li tocca e non li sente; non esiste che in sé stesso e per sé stesso, e se ancora possiede una famigli, si può dire che per lo meno non ha più patria.
Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica da solo di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite. Assomiglierebbe all’autorità paterna se, come questa, avesse lo scopo di preparare l’uomo all’età virile, mentre non cerca che di arrestarlo irrevocabilmente all’infanzia; è contento che i cittadini si svaghino, purché non pensino che a svagarsi. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente ed il solo arbitro; provvede alla loro sicurezza, prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, spartisce le loro eredità; perché non dovrebbe levare loro totalmente il fastidio di pensare e la fatica di vivere?
E’ così che giorno per giorno esso rende sempre meno utile e sempre più raro l’impiego del libero arbitrio, restringe in uno spazio sempre più angusto l’azione della volontà e toglie poco alla volta a ogni cittadino addirittura la responsabilità di sé stesso. L’uguaglianza ha preparato gli uomini a tutto questo: li ha disposti a sopportarlo e spesso anche a considerarlo come un vantaggio.
Dopo aver, dunque, afferrato nelle sue potenti mani ogni singolo individuo e averlo plasmato a sua volontà, il sovrano stende le braccia su tutta quanta la società; ne ricopre la superficie di una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso cui gli spiriti più originali e gli animi più energici non possono mai farsi strada per superare la folla; non spezza la volontà, la fiacca, la piega e la domina; raramente obbliga all’azione, ma si oppone continuamente al fatto che si agisca; non distrugge; impedisce di nascere; non tiranneggia, ostacola, comprime, spegne, inebetisce e riduce infine ogni nazione a non essere più un gregge timido e industrioso, di cui il governo è il pastore.
Ho sempre creduto che questa specie di servitù ben ordinata, facile e tranquilla, di cui ho fatto adesso il quadro, potrebbe combinarsi più di quanto non si immagini in qualche forma esteriore di libertà, e che non sarebbe impossibile stabilirsi all’ombra stessa della sovranità popolare.
I nostri contemporanei sono continuamente travagliati da due passioni contrastanti: provano il bisogno di essere guidati e la voglia di restare liberi. Non potendo liberarsi né dell’uno né dell’altro di questi istinti contrari, cercano di soddisfarli entrambi contemporaneamente. Immaginiamo un potere unico, tutelare, onnipotente, ma eletto dai cittadini; combinano centralizzazione e sovranità popolare. Questo dà loro un po’ di sollievo. Si consolano del fatto di essere sotto tutela, pensando che essi stessi hanno scelto i loro tutori. Ciascuno sopporta di essere tenuto al laccio, perché vede che non è un uomo o una classe a tenerne in mano il capo, ma il popolo stesso.
In un sistema del genere i cittadini escono per un momento dalla dipendenza, per designare il loro padrone, e poi vi rientrano.
Esiste ai nostri giorni molta gente che si adatta facilmente a questa specie di compromesso tra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare, e che pensa di avere sufficientemente garantita la libertà individuale quando l’affida al potere nazionale. Questo non mi basta. La natura del padrone m’importa molto meno del fatto di obbedire.
Non negherò, tuttavia, che una costituzione del genere non sia infinitamente preferibile a una che, dopo avere accentrati tutti i poteri, li rimettesse nelle mani di un uomo o di un corpo irresistibile. Di tutte le diverse forme che il dispotismo democratico potrebbe assumere, questa sarebbe indubbiamente la peggiore.

A. de Tocqueville, la democrazia in America, ppg. 810-813, ed. Classici UTET a cura di Nicola Matteucci.

gennaio 9, 2012

Le innocenti evasioni di Mario

di Riccardo Cavirani – Lucio Battisti cantava ”innocenti evasioni”. A cambiare disco ci pensa Mario Monti che sabato scorso a Reggio Emilia rincara la dose sui fatti avvenuti a Cortina e ci canta ”Per colpa di chi”.
La colpa delle altissime tasse che abbiamo in questo nostro acciaccato Paese non è dello Stato, nossignori. E’ colpa degli evasori, dice Monti, che sono la prima causa dell’insostenibile pesantezza del fisco. Gli evasori, continua, sono i primi a mettere le mani in tasca ai cittadini onesti. Peccato che dove non arrivino loro ci pensi lo Stato, ci pensi Equitalia, ci pensi sor Attilio che guadagna quasi 500.000 euro all’anno! Peccato che tanti anni fa, quando il peso dello Stato in Italia non era così eccessivo, gli evasori c’erano già mentre gli aguzzini di Stato no. E vorrei sapere perché se gli evasori devono giustamente pagare perché eludono il fisco, i servitori dello Stato che hanno sperperato fiumi di soldi nella malagestione delle amministrazioni pubbliche non debbano pagare mai. Se un cittadino evade, sbaglia, è colpevole: viene punito. Se dirigenti e politici creano buchi da 300 milioni di euro della ASL di Massa Carrara nessuno ne sa più niente e finisce tutto in maniera fumosa e poco chiara. E dopo qualche anno questi politici hanno pure la faccia tosta di ricandidarsi e molti di votarli.

Il dibattito politico in questi anni si è spesso sclerotizzato sul problema della legalità. Per cercare di abbattere Berlusconi si è creato nell’immaginario collettivo uno stretto e velenoso legame tra ricco=evasore=ladro=berlusconi=elettore di centrodestra.
Se è vero che tanti politici del PDL hanno agevolato questo semplice schema mentale, è anche vero che la battaglia per la legalità non ha fatto che generare un nuovo odio sociale nei confronti dei cosiddetti ricchi.
Gli evasori sono una categoria poco giustificabile e mi voglio spingere a dire che sarebbero dannosi, dannosissimi, in uno Stato in cui tutto funzionasse alla perfezione (dicesi utopia).
Peccato che in Italia non funzioni un bel niente e che lo Stato è il primo fattore che ti spinge e ti incita, volente o nolente, ad evadere: perché la pressione fiscale è troppo alta, perché la burocrazia è difficile, oscura e contorta, perché una buona parte di apparato statale, di amministratori e dirigenti è il primo ad essere corrotto, corruttore e corruttibile. Insomma nessuno vuole essere l’apologeta degli evasori, il riabilitatore dei furbetti, ma dire che sia così semplice segnare sulla lavagna i buoni ed i cattivi è una ipocrisia.

Purtroppo, e torniamo al punto di partenza, il clima di tensione sociale che la politica degli ultimi venticinque anni ha creato è così pesante e a rischio esplosione che porre la questione delle tasse troppo alte come causa dell’evasione diventa impossibile, anzi, si rischia di essere additati come complici e difensori di ladri e furbetti del quartierino. E quindi ci tocca stare zitti e fare i conti con nuove tasse e balzelli. Ed invece il problema è tutto qua, semplicissimo da risolvere ma dannatamente scomodo per chi, come i nostri politici, ha vissuto alle spese dei contribuenti per anni.
Vi piacerebbe cambiare un menù da tre portate con un menù a piatto unico dopo che per anni vi siete abituati ad un primo, un secondo ed un dolce? No, anzi, è più facile che alle tre portate vi prendiate in più pure il caffè e l’ammazzacaffé, giusto per digerire. Ecco allora che è più facile aumentare le tasse che tagliarle, spremendo sempre di più i contribuenti. Ecco perché tanti ricorrono al nero, all’evasione perché sono stufi di pagare il conto, tenersi la fame e vedere gli altri crapuloni mangiare a quattro palmenti.

Il Leviatano, infatti, non smette mai di mangiare. Come una bestia ingorda e divorata da innumerevoli cellule tumorali impazzite, cancri che si chiamano enti pubblici, costi della politica, della parapolitica e delle amministrazioni, lo Stato ha oggi più fame che mai, e, come tutte le bestie ferite ed affamate è ancora più cattivo.
Per questo la caccia al ricco evasore inaugurata da una certa parte della sinistra perbenista e battezzata da Monti è efficace.
Vorrei sapere quanti, tra quegli italiani che hanno gioito per i furbetti del quartierino beccati con i loro suv a Cortina, abbiano sempre pagato e fatturato il conto dal dentista, abbiano affittato in nero la casetta lasciata in eredità dalla vecchia madre, lavorato come giardinieri nonostante la cassa integrazione. Certo, i cattivi sono sempre gli altri. Peccato che il Premier non vesta i panni di un novello Gesù Cristo che chieda di scagliare la prima pietra a chi è senza peccato ma sia piuttosto interpreti il Ponzio Pilato di turno, che invece di cambiare rotta si adagia alla vulgata del se tutti pagassero pagheremmo tutti meno. Ma quando mai? Da un bocconiano mi sarei aspettato qualcosa di più che non delle uscite nazional populiste degne dell’italietta che siamo sempre stati, degne di chi si lava le mani a spese degli altri, come Napolitano, che invita alla coesione e all’equità quando fa parte da anni di una casta di intoccabili, quando le spese di Buckingham Palace sono un quarto di quelle del Quirinale.

Concludiamo con una nota positiva.
A Reggio Emilia il 14 gennaio ci sarà un Tea Party, e sarà l’ennesima dimostrazione che c’è chi vuole qualcosa di nettamente diverso da tutto lo spettacolo ridicolo che ci offre la politica di questi tempi. Durante l’evento si faranno un paio di proposte forti e concrete, tanto per ribadire che la voglia di cambiamento e di impegnarsi a fondo c’è. Non anticipo niente, il 14 gennaio è vicino ed essere presenti è doveroso.

gennaio 9, 2012

Se tutti pagassero le tasse…

di Riccardo Cavirani – I fatti accaduti a Cortina segnano l’inizio di una nuova era. Dopo gli episodi scottanti riguardanti Equitalia, e le accuse di ingiustizia, iniquità e sciacallaggio dirette alla suddetta agenzia, i paladini delle tasse hanno trovato prontamente un modo per rifarsi il trucco: colpire qualche vip e furbetto del quartierino. L’operazione è stata un vero successo mediatico e tutte le negatività connesse ad Equitalia sono sparite perché alla lotta all’evasione è stata legata la caccia al ricco. Un connubio vincente per un paese intriso di cattocomunismo e clericofascismo.

Che l’Italia sia un paese di furbi è un dato ormai certo. Gli evasori beccati a Cortina non sono degli eroi. Ma non possono essere neppure una scusa per giustificare l’eccessiva pressione fiscale, la burocrazia, le tasse ed i controlli. In Italia bisogna sempre trovare un capro espiatorio per giustificare ogni azione. Ha scritto Oscar Giannino: ricordo a tutti che il mantra della lotta all’evasione ci ha spinto ormai a misure che non hanno eguali in ALCUN paese avanzato: il limite al contante a 1000 euro non c’è in Germania come non c’è in UK, in Francia c’è un limite mensile alle operazioni in contanti oltre il quale scatta la segnalazione. Da noi, passando in questo 2012 dalla fotografia statica di conti e saldi bancari alla condivisione in banche dati publiche dell’intera dinamica quotidiana di OGNI OPERAZIONE BANCARIA, consentiamo ad Agenzia delle Entrate e pm il controllo comportamentale profilato di ciascuno di noi. Per dire: un pm sulla successione temporale di operazioni bancarie potrà disporre l’apertura di fascicoli in cui il mero determinarsi di flussi può costituire ipotesi di reato. Se alcuni o molti di voi sono convinti che tutto ciò è utile e giustificabile in nome della lotta all’evasione e al riciclaggio, cioè se pensate come Michele Boldrin che ad avere dubbi e contrarietà fortissime su questa batteria di misure si sia amici di evasori e “liberali alle viongole”, secondo me siete invece o vittime in buona fede della campagna di balle di Stato, oppure siete passati consapevolmente o meno armi e bagagli in campo statal-populista.

Se tutti pagassero le tasse pagheremmo tutti meno tasse. Questa frase è storicamente falsa. E’ costruita ad arte per convincerci che i cittadini siano solo dei contribuenti da spremere a più non posso.Se tutti pagassero le tasse lo Stato avrebbe ancora più risorse da sprecare per sistemare politici, amministratori, dirigenti, amici di tizio, caio e sempronio. Punto. L’unica soluzione per risolvere il problema dell’evasione è far pagare a tutti di meno. Altrimenti i furbetti di Cortina rischiano quasi di essere giustificati per colpa di uno Stato che sottrae più del 60% dei guadagni a chi produce ricchezza. Ha scritto stamani Luca Ricolfi su La Stampa: la pressione fiscale sull’economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%). Questo è un handicap di fondo dell’Italia, che è stato ulteriormente aggravato dalle manovre finanziarie di Berlusconi, e in misura ancora maggiore da quella di Monti. Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi. Mi spiace doverlo dire, ma mi sono convinto che oggi in Italia un sentimento di paura verso l’Amministrazione pubblica sia ampiamente giustificato anche quando non si sia commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni accentuando il suo volto rapace e intimidatorio.

Pagare le tasse non è bellissimo. le tasse si chiamano anche imposte, proprio perché ci vengono imposte dall’alto, tra capo e collo. Pagare le tasse non è neppure simpatico, perché sono sempre soldi nostri, guadagnati con fatica, che si perdono nelle casse e nei meandri dell’erario. Pagare le tasse non è che il prezzo che paghiamo per vivere in questo contratto sociale che chiamiamo Stato. Ma se il prezzo che si paga è troppo alto, ovvero se le tasse sono troppo alte e lo Stato ci offre dei servizi scadenti e la Legge non è uguale per tutti, ecco che il contratto sociale si inceppa e deve essere in qualche modo ricontrattato. Duemila secoli di Storia ci hanno insegnato che tante rivoluzioni sono partite proprio dal desiderio di ricontrattare questa sorta di patto sociale. Le rivoluzioni possono essere purtroppo violente, coi forconi o con i pacchi bomba ad Equitalia. Ma possono anche essere silenziose e non violente, come chi decide di evadere il fisco ed affamare il Leviatano.

Per questo se da una parte è da condannare chi compie gesti violenti è invece da analizzare meglio e in maniera più approfondita il fenomeno dell’evasione. Perché non siamo tutti furbi. Non siamo tutti disonesti. Non siamo tutti ladri. Siamo semplicemente stufi. Stufi di pagare così tanto per così poco.
Ma è per lo stesso motivo che la lotta all’evasione sta raggiungendo una tale campagna mediatica: essa infatti rischia di diventare una dichiarazione di intenti, di scegliere se essere fuori o dentro il sistema, se prendere la pillola blu o la pillola rossa.
Lo Stato allora addita l’evasore come brutto e cattivo, condannandolo per non aver rispettato il patto sociale tra cittadini non avendo pagato la propria parte. Tutto verissimo. Ma quello che lo Stato si dimentica di dire è che il problema è a monte, e che il primo che ha disatteso questo contratto, alzando la pressione fiscale a livelli mai così opprimenti è lo Stato stesso. E’ lo Stato che non ha rispettato lo sforzo dei contribuenti sprecando risorse, dissipando energie.
In poche parole cerca di trovarci le pagliuzze negli occhi quando nei suoi ha una trave che si chiama debito pubblico. In conclusione, per usare un francesismo, è lo Stato che ha pisciato fuori dal vaso e per giunta vuole farci pure pulire il pavimento e la tazza del cesso.
Scriveva Prezzolini tanti anni fa: l’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente che non si trova nei libri insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.
Attilio Befera, Amministratore Delegato di Equitalia ha uno stipendio annuo di 456.733 Euro. Mica bruscolini. E’ un uomo della casta, come lo sono politici, dirigenti, amministratori di enti pubblici. Ad oggi in Italia ci sono quindi due categorie di furbi: quelli che vivono nelle pubbliche amministrazioni e quelli che evadono ed eludono fior di quattrini. Tra di loro è guerra aperta. A farne le spese però saranno solo i fessi, cioè i cittadini di serie B; in una parola, noi.
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pubblicato su Ultima Thule il 7 gennaio 2012.
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